Chi sono

Per me la musica è sempre stata un modo per viaggiare.

Pippi Dimonte con il contrabbasso, ritratto in bianco e nero

Non soltanto da un luogo all'altro, ma attraverso storie, culture e persone. Ogni concerto, ogni incontro, ogni paese attraversato ha lasciato un segno nel mio modo di ascoltare e, di conseguenza, nel mio modo di comporre.

La mia formazione musicale nasce dall'incontro con linguaggi diversi. La musica classica mi ha dato conoscenza della tecnica, della forma e della scrittura; il jazz mi ha aperto alla libertà dell'improvvisazione, all'ascolto e al dialogo. Parallelamente il contatto con le tradizioni popolari della Basilicata e del Sud Italia mi ha avvicinato invece a una dimensione più diretta, fisica e collettiva, legata alle feste, alla danza e alla condivisione.

Fin dai primi anni ho sviluppato una forte curiosità verso ciò che ascoltavo: non soltanto il desiderio di suonarlo, ma quello di comprenderne il linguaggio e trasformarlo. Nel tempo questo mi ha portato ad attraversare repertori e culture differenti, dal jazz manouche allo choro brasiliano, dalle musiche balcaniche al klezmer, fino alle diverse espressioni della musica mediterranea.

La tradizione, per me, non è un punto di arrivo. È un punto di partenza.

Mi interessa capire cosa succede quando musiche, culture e sensibilità diverse entrano in relazione. Molte tradizioni che oggi percepiamo come separate sono nate da viaggi, migrazioni, incontri e contaminazioni. Le melodie hanno attraversato i confini insieme alle persone, cambiando forma ogni volta che incontravano un nuovo luogo.

Quando compongo, cerco di creare uno spazio nel quale elementi differenti possano incontrarsi senza perdere la propria identità. Una melodia può portare con sé la memoria di una tradizione e, allo stesso tempo, muoversi verso qualcosa che ancora non esiste. Una forma può essere conosciuta e diventare imprevedibile attraverso l'improvvisazione.

Scrittura e improvvisazione non sono due momenti separati, ma due forme dello stesso processo creativo.

Penso al suono prima ancora che allo stile: agli strumenti, ai timbri, ai musicisti e alle possibilità di dialogo tra loro. Mi interessa una musica precisa e aperta allo stesso tempo, costruita ma non chiusa, nella quale la partitura rappresenti una direzione e non necessariamente una destinazione.

In questo processo, il contrabbasso è il mio punto di osservazione privilegiato.

È uno strumento che può stare alla base della musica senza essere relegato a un ruolo secondario. Può sostenere, accompagnare, creare movimento, ma anche cantare e prendere la parola. Il suo rapporto con il ritmo, l'armonia e la melodia riflette il mio modo di intendere la musica: non occupare necessariamente il centro, ma creare connessioni tra ciò che accade intorno.

Credo che la musica debba rimanere un'esperienza concreta.

Può essere complessa, raffinata e profondamente strutturata, ma non deve perdere la sua dimensione fisica. Deve poter far muovere, emozionare, incuriosire, creare tensione o semplicemente accompagnare un momento della vita.

Prima di essere analizzata, la musica deve essere ascoltata. Prima di essere spiegata, deve poter accadere.

Cerco una musica viva.

Una musica che possa contenere la memoria senza diventare nostalgica, la ricerca senza diventare astratta, la tradizione senza diventare imitazione. Una musica capace di attraversare culture e linguaggi mantenendo una propria identità.

È questa la direzione che voglio continuare a esplorare:

comporre, incontrare, ascoltare e trasformare.

Attraversare luoghi e tradizioni non per collezionarli, ma per lasciarmi cambiare da ciò che incontro.

Parliamo di musica